Quello
dell’indottrinamento e della manipolazione televisiva è un meccanismo che
sfrutta anche in un certo modo l’effetto della cosiddetta “teoria della centesima scimmia” (che ha anche altre implicazioni
molto più profonde), semplicisticamente sintetizzata con l’assunto che “uno si comporta come si comporta il resto
della comunità in cui vive”. Solo che la comunità in questo caso non è
composta da persone reali ma da modelli preconfezionati da chi ha l’interesse a
creare una certa moda o tendenza, da chi, appunto, trarrà vantaggio
dall’imitazione di questi cliché da parte della grande massa della popolazione.
Modelli presentati come se fossero lo stereotipo
diffuso attorno all’osservatore, così che questo punterà ad emularli
adeguandosi ad essi. È un cane che si morde la coda…infatti tanto più riteniamo
che in tv sia proiettata la realtà che ci circonda, tanto più conformiamo la
nostra vita sui modelli televisivi.
[Per essere
convinto al 100% della veridicità di quelle che possono magari essere considerate
“solo teorie”, cerco sempre di ottenere dei riscontri anche sul piano pratico.
In questo contesto mi è capitato di riflettere su me stesso. Sul Mario Rossi
che, purtroppo, ha occupato in passato una parte del mio tempo (per “fortuna”
ho imparato a ricercare la mia identità di Marco Rampin e ora lo fa sempre di
meno!). Ho semplicemente confrontato l’insieme di valori propri della realtà in
cui vivevo da adolescente, costituito dagli insegnamenti dei miei genitori e
dall’esempio della comunità in cui vivevo, con gli schemi comportamentali
proposti dalle trasmissioni televisive in onda in quegli anni (principalmente
dai telefilm dai quali mi facevo ipnotizzare con gioia). Mi è risultato facile ora
arrivare alla conclusione che quella che vedevo in tv non era la
rappresentazione della mia vita in quel tempo, ma è stata un’anticipazione di
quella che è diventata la realtà attorno a me alcuni anni dopo! Se mi guardo
indietro posso distinguere un gap-temporale tra la società reale e quella
prospettata in tv e capire che vale il principio secondo il quale siamo noi a
rispecchiare il monitor, e non viceversa!
Più avanti, in un capitolo dedicato all’”involuzione
della specie umana” approfondirò ulteriormente questi argomenti.]
LA TV NON
E’ UNO SPECCHIO DELLA SOCIETA’,
E’ INVECE
LA SOCIETA’ STESSA
A
RIFLETTERE IL MODELLO TELEVISIVO.
Interessante immaginare come basterebbe solo
spegnere di colpo tutte le tv per mandare in tilt completamente il sistema
economico mondiale! Come se le marionette si ribellassero ai burattinai,
avvolgessero i loro fili e partissero per una vita libera!
Insomma, non è fantascienza la teoria secondo
la quale la tv non è uno specchio della società, ma è invece la società stessa
a riflettere in modello televisivo.
Lo
stesso processo (e sempre di più) avviene con i “social network”. La miriade di
informazioni sulla nostra vita che riversiamo sui blog, istante per istante,
crea in primo luogo un identikit preciso di chi siamo e lo mette a disposizione
di chiunque. Contemporaneamente milioni di individui, reali o creati ad-hoc (“modelli”),
possono efficacemente propagare nuovi usi, nuovi gusti e bisogni tra la
popolazione virtuale. Attraverso la rete è possibile capire cosa vuole la
gente, e anche condizionarla a volere qualcosa che ancora non è stato diffuso! Il
social network diventa così un veicolo per il controllo delle masse e delle
tendenze che deve far riflettere profondamente chiunque riversi in quei canali
la propria esistenza e le proprie emozioni senza un controllo consapevole ed
equilibrato. E soprattutto senza distinguere quale modello merita di essere
emulato, quale allontanato…! A prescindere da quanti “mi piace” possa aver ricevuto (spesso frutto di campagne
pubblicitarie, non di reali “click”) o da quanti “amici” riesca ad esibire…
Con una logica opposta, ma con lo stesso
scopo (il lucro..), vengono attuate politiche economiche anche partendo da
studi compiuti “a valle”, cioè non anticipando o spingendo una tendenza ma
analizzando i consumi e i consumatori per ottimizzare l’“offerta” laddove
risulti esserci un eccesso di “domanda”.
Cerco di chiarire anche questa dinamica con
un esempio. Il più intuitivo, secondo me, è quello delle diffuse “carte
fedeltà”. La tessera associativa al supermercato[1] ha certamente l’immediata
e palese funzione di creare una “fidelizzazione”, cioè di spingere il
consumatore a ritornare nello stesso negozio e a stabilire con esso un legame e
un’abitudine (abbiamo tra l’altro già visto quanto un’abitudine possa essere
percepita come uno stato di “confort”). La carta poi è spesso associata ad una
raccolta punti che porterà ad ottenere, per i clienti fedeli, un premio/omaggio
(classico esempio di specchietto per le allodole – avete mai notato che, per
quanto vi sembri di spendere somme enormi nel supermercato, comunque non
riuscite a raggiungere dei premi decenti entro la scadenza della raccolta
punti? È tutto calibrato in modo molto preciso!). Ma questo è tanto banale quanto,
credo, alla portata di tutti.
L’aspetto che magari risulta meno evidente è lo
studio preciso che viene compiuto, momento per momento, del consumatore e dei
suoi bisogni. È di primaria importanza per un produttore di qualsiasi bene o
servizio, conoscere il mercato nel quale si andrà ad inserire. Individuare e
quantificare cioè la “domanda”, per calibrare di conseguenza l’“offerta” del
prodotto/servizio che si propone di vendere. Identificare il tipo di prodotto,
le sue caratteristiche costruttive, qualitative; il prezzo limite che il
consumatore-target è disposto a spendere per quel bene/servizio; sapere quale
scorta di prodotto sarà necessaria per far fronte alle richieste; quale vita
utile avrà; in quale segmento di mercato andrà ad inserirsi e quali prodotti esistenti
risentiranno dell’operazione, positivamente o negativamente; alleati e
concorrenti, e tutta una serie di altri dati e informazioni che creano in
anticipo il successo di un business.
Al momento della sottoscrizione del contratto
con il punto vendita per l’ottenimento della carta fedeltà vengono lasciate solitamente
le generalità, in alcune circostanze anche informazioni aggiuntive (Nome,
Cognome, età, luogo di nascita/residenza, occupazione, interessi, ecc…). Ma la
vera mole di dati che forniremo sarà quella costituita dalla scansione di tutti
i prodotti che fanno parte della nostra spesa, di tutte le nostre spese. Nelle
banche dati verrà introdotta una “cartella” che ci riguarda. Ogni volta che
verrà utilizzata la carta fedeltà, una serie di informazioni riempiranno quella
cartella concorrendo ad identificare il nostro profilo di consumatore. Ogni
prodotto passato sullo scanner alla cassa associato alla tessera disegnerà un
tratto in più su di una tela che alla fine mostrerà un quadro chiaro e limpido
dei nostri bisogni.
Cosa consumiamo, quanto e quando, i nostri
gusti, le nostre scelte. Per cosa preferiamo spendere i nostri soldi, quando
siamo attenti al marchio, quando e quanto al risparmio, quando alla qualità, quando
cediamo agli acquisti d’impulso, ecc… in sintesi manna dal cielo per il
“produttore”!
[1]
Si può riadattare facilmente l’esempio ad altre situazioni simili, come quando
ci si associa a qualsivoglia istituto/ente/cooperativa/network/sito
internet/ecc…

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